LA RESISTENZA DELLA  DIVISIONE "ACQUI" A CEFALONIA E  CORFU' NEL SETTEMBRE  DEL 1943 E GLI ECCIDI PERPETRATI DALLA  WEHRMACHT

            The Italian Division "ACQUI" slaughter by Wehrmacht in Cefalonia and Corfu' after september 8th, 1943

di Silvio Lenza

 
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  PIETRO BADOGLIO

   "La Badoglieide.mp3"

Nacque a Grazzano Monferrato, oggi Grazzano Badoglio, il 28 settembre 1871 da una famiglia di agricoltori. Entrato all’Accademia Militare di Torino, fu promosso Sottotenente di artiglieria il 16 novembre 1890 e Tenente il 7 agosto 1892. Trasferito al 19° da campagna a Firenze, vi rimase fino al febbraio 1896, quando fu inviato in Eritrea con la spedizione del generale Baldissera. Partecipò alla puntata su Adigrat per liberare dall’assedio il Maggiore Prestinari e poi, terminate le ostilità con l’Etiopia, rimase per circa due anni in guarnigione sull’altopiano, ad Adi Caieh. Rimpatriato alla fine del 1898, frequentò la Scuola di Guerra, distinguendosi per l’equilibrata intelligenza e la grande tenacia posta nello studio. Promosso Capitano il 13 luglio 1903, fu trasferito al 12° da campagna di stanza a Capua. Successivamente fu assegnato al comando del corpo d’armata di Bari ed al comando del corpo di Stato Maggiore, all’ufficio regolamenti. Una carriera fino a quel momento regolare, accelerata dalla guerra di Libia, alla quale Badoglio partecipò fin dall’inizio. Fu, infatti, decorato al v.m. per aver organizzato l’azione di Ain Zara e promosso Maggiore per merito di guerra per aver pianificato l’occupazione dell’oasi di Zanzur. Rimpatriato, fu assegnato al 3° da fortezza di stanza a Roma. Tenente Colonnello il 25 febbraio del 1915 fu assegnato al comando della 2ª Armata. Poco dopo l’inizio della guerra passò al comando della 4ª divisione, il cui settore era dominato dal Sabotino, un monte privo di vegetazione e fortemente fortificato dagli Austriaci, fino ad allora giudicato imprendibile. Badoglio ebbe l’idea di espugnarlo usando il procedimento delle parallele. I lavori per scavare e rafforzare le successive trincee durarono mesi, Badoglio, promosso Colonnello nell’aprile 1916 e divenuto capo di Stato Maggiore del VI Corpo d’Armata, continuò a dirigerli e comandò la brigata che effettuò la conquista del Sabotino il 6 agosto 1916. Promosso Maggior Generale per merito di guerra, continuò nell’incarico di Capo di Stato Maggiore fino al novembre, quando prese il comando della brigata Cuneo. Nel maggio 1917 fu incaricato del comando del II Corpo d’Armata qualche giorno prima dell’inizio della 10ª battaglia dell’Isonzo. Il II Corpo d’Armata conquistò il Vodice e Monte Kuk, posizioni ritenute quasi imprendibili, e naturalmente Badoglio acquistò nuovi meriti, tanto che il comandante della 2ª Armata, Capello, nella successiva 11ª battaglia lo destinò al comando del XXVII Corpo d’armata. Fu promosso Tenente Generale, ancora per merito di guerra. A Caporetto comandava il XXVII Corpo d’armata. Diceva di avere un piano per prendere in trappola i tedeschi, scesi in Italia a sostenere l’offensiva austriaca del 1917 sull’Isonzo. Invece i tedeschi presero in trappola lui, lo sfondamento avvenne nel suo settore, lui perse il contatto con le sue truppe, dal «buco» lasciato aperto dal suo Corpo d’armata penetrò e vinse il nemico. Perdemmo tutte le posizioni del Carso, la ritirata fu una catastrofe e si fermò solo al Piave. Tutti i generali coinvolti finirono davanti alla Commissione d’inchiesta tranne il colpevole principale, Badoglio. Il quale fu anzi promosso a vice capo di Stato Maggiore a fianco di Diaz, per scelta, si disse, del re. O, si disse pure, di qualche potere occulto. Badoglio fu nominato Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito unitamente al generale Giardino. Lavoratore instancabile, molto preparato professionalmente, intelligente e volitivo, Badoglio divenne presto il punto di forza del nuovo Comando Supremo e quando, nel febbraio 1918, il generale Giardino fu inviato a Versailles, divenne Sottocapo unico e alter ego di Diaz. Condusse trattative per l’armistizio del 4 novembre 1918 con equilibrio, con fermezza e con signorilità. Il 24 febbraio 1919 Badoglio fu nominato Senatore.

             

    Badoglio, F. Rossi e Castellano           Badoglio, Mac Ferlane e Taylor

Nell’agosto 1919 il Comando Supremo fu sciolto ma Badoglio continuò a ricoprire l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore. Nel settembre il Presidente Nitti lo nominò Commissario straordinario del governo per la Venezia Giulia e lo mandò a Fiume, occupata da Gabriele D’Annunzio con i suoi volontari. Il 2 dicembre Badoglio, promosso Generale d’Esercito e nominato Capo di Stato Maggiore al posto di Diaz, tornò a Roma. Nel febbraio 1921 lasciò l’incarico ed entrò a far parte del Consiglio dell’Esercito. Nel 1923 Mussolini lo mandò in Brasile come ambasciatore, ma già nell’aprile del 1925 fu richiamato a Roma e nominato Capo di Stato Maggiore Generale, incarico allora abbinato a quello di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Promosso Maresciallo d’Italia nel 1926, dal 1º febbraio 1927 lasciò l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito al Generale Ferrari. Fu inviato in Libia come Governatore generale nel gennaio del 1929. Un’esperienza pienamente positiva: la colonia fu pacificata ed avviata ad uno sviluppo civile con l’attuazione di un ampio programma di opere pubbliche. Richiamato in Patria alla fine del 1933, nel novembre del 1935 fu inviato in Eritrea quale Comandante supremo. Entrato trionfalmente ad Addis Abeba il 5 maggio 1936 Badoglio rientrò quasi subito in Patria, accolto con grandi onori e con la concessione del titolo di duca di Addis Abeba. Carico di onori e di prebende, Badoglio non ebbe il coraggio di abbandonare l’incarico di Capo di Stato Maggiore Generale quando Mussolini manifestò l’intenzione di entrare in guerra a fianco della Germania. Le prime cocenti sconfitte in Africa Settentrionale ed in Grecia fecero di Badoglio il capro espiatorio. Di fronte alle accuse di incompetenza, mossegli soprattutto dagli ambienti fascisti, dette le dimissioni. Gli eventi successivi fecero sì che Badoglio, avvicinato da alcuni uomini politici antifascisti (Bonomi, Soleri, Orlando) dimostrasse la sua disponibilità ad assumere la Presidenza del Consiglio ed a porre fine alla guerra. Il 25 luglio 1943 Badoglio divenne il Presidente del Consiglio ed in tale veste gestì le fasi dell’armistizio. La sera fatale dell’annuncio dell’armistizio, Badoglio lasciò Roma in fuga con il re, abbandonando tutto, esercito e governo. Arrivò a Brindisi avventurosamente, imbarcandosi prima di tutti a Pescara, lasciando il re e decine di generali col cuore in gola ad aspettarlo ad Ortona. Rimase alla Presidenza del Consiglio fino alla liberazione di Roma. L’8 giugno 1944 cedette, infatti, l’incarico ad Ivanoe Bonomi. Ritiratosi a vita privata, morì a Grazzano il 10 novembre 1956.

  ROBERTO FARINACCI

 

Il 9 gennaio 1957, durante un interrogatorio nel corso del processo cui venne sottoposto insieme ad altri 26 reduci  di Cefalonia, il capitano Renzo Apollonio rilasciò la seguente dichiarazione: "... Circa la descrizione del rapporto col generale Gandin (avvenuto il giorno 12 settembre 1943, n.d.a.) preciso che il capitano Pampaloni effettivamente si espresse in termini un pò duri nei confronti del comandante di divisione, e più precisamente di un eventuale ordine di cessione delle armi, dicendo, tra l'altro, che il comandante doveva decidersi se seguire gli ordini del governo legittimo o quelli di Farinacci ".

Ma chi era Roberto Farinacci?

Nato ad Isernia nel 1892 e morto a Vimercate (MI) il 28 aprile 1945. Figlio di un commissario della Pubblica sicurezza; ferroviere, poi giornalista e avvocato. Socialista riformista seguace di Bissolati, interventista e volontario di guerra. Affiliato alla massoneria di Palazzo Giustiniani. Corrispondente cremonese del «Popolo d'Italia». Sansepolcrista, comandante delle squadre d'azione di Cremona, segretario della federazione provinciale, incluso nel novembre 1919 nel comitato centrale fascista. Impegnato attivamente in spedizioni punitive contro le leghe rosse di Giuseppe Garibotti e contro le leghe bianche di Guido Miglioli. L'elezione alla Camera nel 1921 non è ratificata per mancanza del requisito d'età. Nell'estate 1921 è fra i più decisi avversari della pacificazione coi socialisti; in dicembre rifiuta lo scioglimento delle squadre d'azione, decretato dal prefetto di Cremona. Il l° marzo 1922 fonda il quotidiano «Cremona Nuova», del quale è direttore. Durante il 1922 svolge un'intensa attività squadristica: il 16 maggio impedisce la riunione del consiglio provinciale di Cremona; in luglio guida la marcia su Cremona e si proclama sindaco, ottenendo la caduta dell'amministrazione comunale e la nomina di un commissario prefettizio di suo gradimento; nella prima settimana di ottobre è fra i comandanti dell'occupazione militare fascista di Trento e Bolzano; la notte fra il 27 e il 28 ottobre ordina l'espugnazione della prefettura e delle caserme di Cremona: le forze dell'ordine in un primo momento resistono e uccidono una decina di assalitori.

       

   Farinacci mentre viene condotto alla fucilazione da alcuni partigiani del CNL

Dopo la marcia su Roma propugna l'inserimento nello Stato della «rivoluzione fascista», per «legalizzare l'illegalismo fascista»; teorizza il ruolo direttivo del PNF quale espressione autentica dello squadrismo e principale strumento di attuazione della politica totalitaria. Laureatosi in giurisprudenza nel dicembre 1923 senza aver sostenuto esami (preparata una tesi dal titolo programmatico «La somministrazione di olio di ricino ai sovversivi da parte dei fascisti non  può essere considerata violenza privata, ma semplice ingiuria», poi accantonata per ragioni di opportunità politica, ricopia il lavoro di un altro laureando), apre uno studio legale specializzato nella difesa di squadristi omicidi, ottenendo spettacolari assoluzioni di imputati la cui colpevolezza appare manifesta. Il 6 aprile 1924 è eletto alla Camera. Durante la crisi Matteotti preme su Mussolini per una prova di forza con le opposizioni: nella seconda metà del 1924 promuove diversi raduni squadristici auspicanti la «seconda ondata»; assunta il 24 luglio la difesa di Dumini, gestisce in chiave politica il processo agli assassini di Matteotti, con esiti di sostanziale impunità. Dal 12 febbraio 1925 al 30 marzo 1926 è segretario generale del PNF: un anno decisivo per il consolidamento della svolta autoritaria, caratterizzato dal processo di avanzata fascistizzazione della stampa, della burocrazia, delle rappresentanze sindacali. In quei 15 mesi (da lui definiti «periodo aureo») il gerarca potenzia il suo quotidiano (la cui testata è trasformata da «Cremona Nuova» in «Regime Fascista»), ottiene la direzione della Cassa di Risparmio lombarda e lucra cospicue provvigioni per la concessione delle acque minerali alle terme di Salsomaggiore (favorendo un gruppo di suoi amici). Deputato (1924‑39) e consigliere nazionale (1939‑43). Nella primavera 1936 perde la mano destra per l'esplosione di una granata, mentre pesca in un lago nei dintorni di Dessiè, in Africa orientale. Nel 1938 Mussolini lo strumentalizza ancora una volta per un lavoro sporco, la campagna antisemita. Farinacci vi aderisce non tanto perche' ne e' convinto, ma perche' ritiene sia una scelta politicamente opportuna. In privato difende ed aiuta gli ebrei, alcuni dei quali sfrutta pure economicamente nel curarne l'arianizzazione, facendo loro ottenere documenti truccati. Va ascritto a suo onore che si rifiutera' sempre di licenziare la sua segretaria Jole Foa', nonostante fosse ebrea e contro le insistenze di Mussolini e altri gerarchi. Convinto sostenitore dell'alleanza con la Germania nazista, il 25 luglio presenta al Gran Consiglio una mozione in tal senso e poi si rifugia all'ambasciata tedesca, facendosi quindi inviare a Monaco. Aderisce alla RSI. Il 27 aprile del 1945, lasciata Cremona con la sua colonna di fascisti, diretto in Valtellina, lungo la strada -con un atto gentile- decide di accompagnare a casa la segretaria dei fasci femminili che e' insieme a lui in macchina, cosi' imbocca la strada per Oreno, da solo, senza scorta. A Beverate la sua auto viene fatta segno di colpi di mitra dal partigiano Angelo Gerosa. Farinacci e' l'unico a rimanere illeso, essendo riparato dalle valige. E' l'alba di un giorno piovoso quando compare presso il Municipio di Vimercate. La folla lo aggredisce con gli ombrelli ed e' soltanto il prologo del breve processo a cui stanno per sottoporlo. La giuria e' composta da familiari di partigiani uccisi. Nella improvvisata aula volano insulti e spari, confusi come l'accusa: collaborazionismo con i tedeschi, propaganda antisemita, eccidi durante lo squadrismo. Farinacci, bianco in volto, ma calmo, ribatte punto per punto. Si difende. Dice che certo ha commesso degli errori, ma si professa estraneo agli assassini. Afferma che dal 1926 non ha ricoperto piu' alcun incarico politico. E poi se certo ha commesso degli errori bisogna anche riconoscergli dei meriti. Conclude che non spetta ai giudici che ha di fronte condannarlo, ma almeno a quelli di Cremona. Alla richiesta della pena di morte sorge una certa esitazione, ma l'intervento di una madre a cui da poco e' stato ucciso il figlio fa decidere unanimamente di fucilarlo. Farinacci mantiene un comportamento dignitoso. Scorge un prete tra la folla, gli fa un cenno. Don Attilio Bassi chiede al pubblico di essere lasciati soli. Scrive un biglietto di addio alla figlia, poi si libera di tutti i soldi che ha in tasca chiedendo che vengano distribuiti fra i poveri di Cremona. Viene  fucilato a Vimercate il 28 aprile 1945. Autore di Squadrismo: dal mio diario della vigilia 1919‑1922 (Roma, Ardita, 1933) e della Storia della Rivoluzione Fascista (3 voll., Cremona, «Cremona Nuova», 1937‑39).

  WILHELM KEITEL

 

Nacque da una ricca famiglia di proprietari terrieri. Entrò nell'esercito nel 1901 dando presto prova del proprio valore sul campo. Partecipò infatti alla Prima guerra mondiale venendo ferito due volte e guadagnandosi la Croce di ferro di 1° classe e l'Ordine degli Hohenzollern. Al termine della guerra rimase nei quadri dell'esercito entrando a far parte, nel1922, della Reichswehr, il piccolo esercito di soli 100.000 uomini, ultimo residuo dell'antica potenza militare prussiana, concesso alla Repubblica di Weimar in base alle clausole del Trattato di Versailles. Nel 1929, presso il ministero della Guerra, diventava responsabile dell'ufficio di riorganizzazione di questo esercito per promuovere l'opera di riarmo: riorganizzazione chiaramente segreta perché illegale, in aperta violazione al trattato di pace. Negli anni successivi Keitel inanellò numerose promozioni nelle gerarchie dell'esercito. Nel 1933 divenne maggior Generale, nel 1935 capo del Wehrmachtsamt (dipartimento delle forze armate); nel 1937 fu promosso tenente colonnello generale, cioè generale d'armata. Ma l'anno in cui la fortuna di Keitel giunse il culmine fu l'anno successivo. Già dall'ascesa al potere dei nazisti egli era stato uno dei membri del corpo degli ufficiali più vicini a Hitler e ai suoi accoliti. Nel 1938 Hitler dovette liberarsi dell'allora ministro della Guerra, generale Werner von Blomberg, e del comandante in capo delle forze armate, generale Werner von Fritsch (in quest'ultimo caso tramite un'accusa di omosessualità, grazie ad un'ignobile montatura del capo delle SS, Heinrich Himmler) temendo che essi, legati alle vecchie tradizioni prussiane che sancivano l'indipendenza delle forze armate dal governo dello Stato, non sarebbero stati facilmente disposti a sottomettersi all'autorità del Führer. Per prevenire una rivolta della alte gerarchie militari indignate a causa di quel vero e proprio "colpo basso" ai danni delle due più alte personalità dell'esercito, Hitler il 4 febbraio 1938 abolì di fatto il ministero della Guerra istituendo al suo posto l'ufficio dell' OKW (OberKommando der Wehrmacht-Comando supremo delle forze armate): egli investì allora lo stesso Keitel della carica di capo dell’OKW. L'opera di "nazificazione dei vertici delle forze armate" fu completata ponendo nelle altre posizioni chiave personaggi vicini al Führer, o che comunque ne subivano l'ascendente: il generale Walther von Brauchitsch (già dal 1932 iscritto allo NSDAP) fu nominato comandante in capo dell'Esercito, l'ammiraglio Erich Raeder (già sedotto dalle promesse del Führer) comandante in capo della Marina ed Hermann Göring, braccio destro di Hitler e "numero due" del partito e già asso dell'aviazione durante il primo conflitto mondiale, divenne comandante in capo della Luftwaffe, l'aviazione militare. Lo Stato maggiore del generale Keitel ebbe il compito di mettere a punto e ratificare i piani delle future operazioni militari: entro il primo anno della sua istituzione progettò l'occupazione dell'Austria o Anschluss, e della Cecoslovacchia. Nell'agosto 1939 - pochi mesi prima dello scoppio della guerra - Keitel chiamò un suo antico amico, il generale Alfred Jodl, a presiedere l'Ufficio Comando e Operazioni dell'OKW. Tuttavia, benché fosse il "numero due" del Reich almeno nei quadri dell'Esercito, Keitel era di indole arrendevole, fu sempre disposto ad assecondare la volontà inflessibile di Hitler, e non seppe mai far valere le proprie ragioni di fronte al suo ostinato Führer. Molto probabilmente, solo per questo egli riuscì sempre a conservare la propria carica fino all'ultimo, mentre innumerevoli altri ufficiali capaci furono allontanati dai loro posti in occasione delle prime sconfitte, colpevoli di non obbedire troppo "entusiasticamente" agli ordini del Führer. Gli avversari di Keitel, e molti dei suoi collaboratori, non mancavano di indirizzargli pesanti ironie e feroci stilettate, attribuendo, forse non a torto, alla sua silenziosa acquiescenza anche di fronte ai più assurdi propositi del Führer gli innumerevoli disastri e le perdite subite dalla Wehrmacht: era spesso indicato con epiteti dispregiativi come "il generale signorsì", "il generale Jawohl" o addirittura "lacché" giocando sulle parole "lakeitel", poiché "lacché" in tedesco è "lakei". Ma benché egli fosse stato conquistato dall'ideologia nazionalsocialista - posizione non del tutto condivisa dalla maggioranza degli alti ufficiali - Keitel era pur sempre un militare di professione e certo vide più chiaro del suo Führer in occasione dei vari rovesci subiti dai tedeschi durante la guerra. Hitler, che pure aveva assunto personalmente la carica di comandante supremo delle forze armate, non sapeva nulla di tattica e strategia militare e non voleva sentir parlare di ritirata, nemmeno quando questa fosse l'unica soluzione ragionevole. Questa sua ostinazione sul lungo periodo avrebbe comportato per la Germania perdite umane ingenti che avrebbero potuto essere evitate con una condotta di guerra più accorta. Ci fu tuttavia un'occasione in cui questo fedele esecutore delle direttive hitleriane non si irrigidì immediatamente sull'attenti per esclamare il suo "Jawohl, mein Führer!", osando avanzare delle obiezioni. Nel dicembre 1941 Keitel, pressato dai comandanti militari impegnati nella campagna di Russia, osò per la prima e ultima volta nella sua carriera opporsi alla decisione del Führer, proponendo che le truppe sfinite e male equipaggiate si ritirassero da Mosca per ricostituire un fronte più solido diversi chilometri indietro, in attesa che fosse possibile riprendere l'offensiva dopo la fine dell'inverno. Hitler lo aggredì con un: "lei è un imbecille" che lo portò a un passo dal suicidio. Pare che il generale Jodl lo avesse trovato intento a scrivere una lettera di dimissioni a Hitler, con una rivoltella posata al suo fianco. Jodl gli sottrasse la pistola e lo convinse, sembra senza incontrare troppa resistenza, a rinunciare ai suoi orgogliosi propositi per continuare ad ingoiare le umiliazioni quotidiane impostegli da quel capo dispotico, cosa che Keitel continuò poi stoicamente a fare fino alla fine. Proprio a Keitel toccò firmare, l'8 maggio 1945, la resa tedesca nel quartier generale del comandante sovietico Georgij Zukov a Berlino. Imputato al Processo di Norimberga per aver diramato ordini illegali contro le popolazioni dei paesi occupati e i prigionieri di guerra, Keitel fu riconosciuto colpevole di crimini contro l'umanità e fu il secondo ad essere impiccato - subito dopo Joachim von Ribbentrop - nelle prime ore del mattino del 16 ottobre 1946.

   ALFRED JODL

 

Alfred Jodl nacque a Würzburg, in Baviera, da una famiglia di tradizione militare - il padre e il nonno erano stati entrambi ufficiali di cavalleria - , ma il non appartenere alla casta prussiana, che teneva saldamente le redini dell'esercito, lo costrinse ad una iniziale condizione di isolamento all'interno delle gerarchie militari. Partecipò al primo conflitto mondiale e conobbe il generale Wilhelm Keitel nelle Fiandre, presso lo Stato maggiore. Insieme a Keitel venne promosso capitano. Come quasi tutti i membri del corpo degli ufficiali, Jodl risentì della mortificazione del Trattato di Versailles, e per conseguenza non rimase insensibile al fascino del nazismo, che ritenne essere l'unica forza in grado di restituire alla Germania la sua antica grandezza. Nell'agosto 1939, già maggiore generale e comandante di divisione, fu chiamato da Keitel a ricoprire la carica di capo dell'ufficio Comando e Operazioni dell'OKW. In questo ruolo, Jodl divenne il consigliere strategico di Hitler, e fu d'altra parte compito specifico dell'ufficio da lui diretto mettere a punto con intelligenza ed efficacia i più importanti operativi. Jodl, ufficiale serio e capace, aveva però un grave difetto, quello di credere sinceramente nel "genio militare" di Hitler. Tuttavia, a differenza del suo vecchio amico Keitel, egli non risparmiò a Hitler critiche severe e decise obiezioni a riguardo di certe scelte del Führer. In una di queste occasioni, durante la campagna di Russia - che di fatto segnò il definitivo declino delle fortune del Terzo Reich e l'inizio della disfatta - Hitler, che non consentiva a nessuno di contraddirlo, lo accusò pubblicamente di insubordinazione: Jodl, in disgrazia, rimase ai margini per circa un anno prima di riappacificarsi con Hitler. Nel maggio 1945 divenne capo di Stato maggiore del governo Dönitz, secondo i voleri espressi dal Führer nel suo testamento politico. Alle 2:41 del 7 maggio 1945 a Jodl toccherà di firmare, alla presenza di ufficiali francesi e russi, la dichiarazione di resa incondizionata della Germania alle forze sovietiche e alleate: "il sottoscritto colonnello generale Jodl, consegna tutte le forze armate al comando supremo delle forze armate alleate e contemporaneamente al comando supremo sovietico alle condizioni di capitolazione. Il comando supremo tedesco proclama immediatamente l'ordine di cessare le operazioni in corso a partire dalle ore 23 dell'8 maggio". Imputato al processo di Norimberga, Jodl fu ritenuto responsabile, insieme a Keitel, della condotta tenuta dalla Wehrmacht nei confronti delle popolazioni dei paesi occupati e dei prigionieri di guerra. Condannato a morte, fu l'ultimo a salire al patibolo nella camera delle esecuzioni del carcere di Norimberga, nelle prime ore del mattino del 16 ottobre 1946.

    ALEXANDER  LÖHR

   

Nacque a Turnu-Severin (attuale Romania) il 20 maggio 1885. Cittadino austriaco si avviò presto alla carriera militare divenendo sottotenente il 18 agosto 1906. Combatté nell'esercito austriaco durante la Prima Guerra Mondiale guadagnandosi la Croce di Ferro di Seconda Classe. Al termine della guerra rimase nell'esercito giungendo sino al grado di Tenente Generale. Il 1° aprile 1938 divenne capo dell'aviazione austriaca (Befehlshaber der Luftwaffe in Österreich). Quando Hitler occupò l'Austria e la inglobò nel Reich nazista venne assorbito nell'Aviazione Militare tedesca e, a partire dal 1° febbraio 1939, il suo incarico venne trasformato in "Comando dell'Aviazione per l'Ostmark" (Kommandeur Luftwaffenkommando Ostmark). Il 18 marzo 1939 venne promosso Capo della Quarta Flotta Aerea (Chef des Luftflotte 4) e in questa veste partecipò alla campagna contro la Polonia del settembre 1939. Il 2 luglio 1942 fu promosso Oberbefehlshaber der Armeeoberkommando 12. Il 1° gennaio 1943 ottenne l'incarico di comandante del Gruppo Armate E che operava in Grecia e nei Balcani e dal 21 marzo 1945 capo dell'area di operazioni Sud-Est (Oberbefehlshaber Südost). Alexander Löhr rappresenta uno degli esempi che contraddicono una storia vecchia quanto falsa secondo la quale le Forze Armate tedesche furono estranee alle atrocità perpetrate contro ebrei e civili. Il comodo alibi di attribuire alle SS ogni responsabilità. Löhr fu il massimo responsabile per l'evacuazione verso i campi di sterminio degli ebrei greci, era comandante supremo dell'esercito quando la Wermacht massacrò contro ogni legge di guerra i soldati italiani della Divisione Acqui che si erano arresi. Condusse in modo barbaro le operazioni antiguerriglia in Jugoslavia macchiandosi di atroci e ingiustificate rappresaglie. Tra le tante infamie di Löhr vi fu il bombardamento di Belgrado che provocò 17.000 morti. L'azione aerea venne lanciata prima che fosse scaduto il termine posto agli jugoslavi per rispondere all'ultimatum. Di fatto un'azione criminale senza dichiarazione di guerra. Il 9 maggio 1945 in Slovenia nella cittadina di Topolsica firmò la capitolazione del suo gruppo di armate arrendendosi ai partigiani jugoslavi. Il 15 maggio 1945 il generale jugoslavo Ivan Dolnicar lo arrestò. Venne processato per crimini di guerra a Belgrado e impiccato il 16 febbraio 1947.

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Ultimo aggiornamento: 05-05-09