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STORIA
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Parafrasando il titolo di un famoso film: “Il postino bussa
sempre due volte”, si può ben dire che il Maresciallo d’Italia Pietro
Badoglio......scappa sempre due volte! La prima volta nel 1917 da Caporetto, la seconda il 9 settembre 1943 da Roma. In Italia, Sardegna
compresa, c’erano più di un milione di uomini. In Provenza e Corsica
duecentotrentamila, in Jugoslavia trecentomila, altrettanti in Albania e
Grecia, più di cinquantamila nelle isole dell’Egeo. Di quasi due milioni
di soldati che erano minacciati dai tedeschi, ma che a loro volta li
potevano minacciare, nessuno a Roma, sembrò ricordarsi. Le truppe
italiane in Italia e fuori dai confini furono abbandonate al loro
destino. L'armistizio fu annunciato e realizzato, ai vertici dello
Stato, in un'atmosfera di panico e di viltà.
La dissoluzione dell'esercito si consumò
nel breve volgere di tre giorni (9, 10 e 11 settembre). Dapprima sintomi
di sbandamento seguiti da allontanamenti dai reparti; poi, generale
disorientamento. Caos nelle comunicazioni, molti militari si tolsero
l'uniforme e indossarono abiti borghesi, la disciplina vacillò, la
compattezza delle unità, dei reparti, dei comandi intermedi dapprima si
sfaldò per poi disintegrarsi. Il tutto dominato da un confuso senso di
attesa dell'arrivo degli anglo-americani o di ordini del Governo e del
Comando Supremo. Il comandante
tedesco in Italia, maresciallo Kesselring, si proponeva una rapida
ritirata fino al Po per la superiorità delle forze italiane, ma chi
avrebbe dovuto a quelle forze impartire ordini si precipitò invece verso
Pescara e Ortona per trovare posto sulla corvetta "Baionetta" con la
quale la famiglia reale, Badoglio, e le più alte gerarchie militari
raggiunsero Brindisi. Appena essi furono giunti “in porto”, a
Brindisi, fecero tutti “la faccia feroce”, a cominciare dai generali
Ambrosio e Roatta. “…Ambrosio e
Roatta, non appena messo piede
-
scrive R. Zangrandi - sul ‘piccolo lembo’ di Brindisi,
avvertirono una schiarita di mente, come se si fosse aperto un
velario…dagli uffici del Comando supremo e dello Stato Maggiore alfine
sistemati in un punto fermo, elaborarono quelle disposizioni che, per
due giorni e mezzo, non erano riusciti a formulare e a trasmettere. Attesta Roatta, e tutti gli autori militari gliene danno atto, fino ad
oggi, di aver diramato ai Comandi periferici ‘l’ordine generale di
considerare le truppe germaniche come nemiche’ l’11 mattina. Con quest’ordine,
egli assicura, ‘si tagliava la testa al toro’, perché esso ‘costituiva
una vera dichiarazione di guerra militare alle forze germaniche, tanto
più perché trasmesso per radio e per aereo (a mezzo volantini) in
chiaro’ ". Il primo ordine venne diramato il 10 settembre
- come scrive Maria Grasso Tarantino : “…Alle ore 23,45 di quel
giorno (10 settembre 1943) dal Comando del 15° Reggimento Costiero venne
trasmesso al Comando del Presidio (di Barletta, nda) il seguente
fonogramma (n. 1256): «La Germania ha dichiarato guerra all’Italia.
Regolarsi conseguenza. Firmato Colonnello Aiello. Trasmette Campione.
Riceve Dellaquila"..."Una conferma sicura arrivò subito: alle ore
2 dell’11 settembre 1943 dal Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata,
venne trasmesso al Distretto ed al Comando del Presidio Militare di
Barletta il seguente fonogramma (n. 42 O.P.): «Urgentissimo: per ordine
superiore considerate truppe germaniche come truppe nemiche ed agite in
conseguenza. Firmato Generale Caruso. Trasmette Scarretta. Riceve
Dellaquila»”. Scriveva nel 1946 il gen. Francesco Rossi,
vice Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo: ”L’ordine di
considerare i tedeschi come nemici fu diramato l’11 settembre da
Brindisi…e potè giungere soltanto ad un numero limitatissimo di
scacchieri (Sardegna, Corsica, Corfù, Cefalonia, Lero) a mezzo dei
collegamenti della Regia Marina”. La Divisione Acqui
presidiava Cefalonia con circa 12.000 uomini al comando del generale di
divisione Antonio Gandin, e l’isola di Corfù con una forza di circa 4.500
uomini al comando del colonnello Luigi Lusignani. Alcuni reparti
della Acqui erano di stanza anche a Zante e Santa Maura (Leukade). La
sera del 9 settembre i due presidi ricevettero dal gen. Vecchiarelli, comandante dell’XI
Armata, arresosi ai tedeschi senza combattere, l’ordine di cedere loro
le armi con la falsa promessa del rimpatrio. Sia il gen. Gandin che il
col. Lusignani considerarono l’ordine apocrifo, oppure dettato sotto
minaccia, e non lo eseguirono. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre il
colonnello Lusignani inviò il maggiore Capra a Brindisi allo scopo di
stabilire un contatto con la madrepatria e chiese con 2 radiogrammi, uno
per la VII Armata e l’altro per il Comando Supremo, di essere evacuato
dall’isola con il presidio al completo. Tra il 9 e il 10 settembre il gen. Gandin
ordinò al III battaglione del 317°reggimento fanteria di ritirarsi dal
nodo strategico di Kardakata per cederlo all’ex
alleato, forse come segnale di buona volontà, ma il 10
settembre ebbe dal ten. colonnello Barge, comandante del presidio tedesco, l’ordine perentorio di cedere le
armi senza condizioni, secondo le direttive dell’OKW (comando supremo
tedesco), nell'ambito del "caso Asse", che prevedevano l’immediato
disarmo di tutti i militari italiani ed il loro internamento in campi di
concentramento. Sulla presenza a Cefalonia nel mese di settembre di una
missione militare alleata non vi sono dubbi, restano incerti i rapporti
intercorsi con il Comando Divisione. Secondo lo storico greco Spyros
Loukatos due emissari dell'Alto Comando inglese in Medio Oriente, il
cap. Galiatsatos e il ten. Migliaresis che fungeva da interprete, si
incontrarono il 10 settembre con il gen. Gandin, offrendogli l'appoggio
aereo degli Alleati qualora avesse deciso di attaccare subito i
tedeschi. Il 21 settembre gli Inglesi lanciarono sull'isola di
Corfù la missione "Acheron" e sembra che tra il 24 e il 25 settembre, a
sbarco tedesco ormai avvenuto, si fossero decisi a fornire il loro
appoggio aereo.
Nella notte dell’11 o al massimo nelle prime ore del 12
settembre
il colonnello Lusignani ricevette prima dalla VII armata e dopo dal
Comando Supremo l’ordine di considerare le truppe tedesche nemiche e di
opporsi ad un loro eventuale tentativo di sbarco. Il giorno 11 settembre anche il
gen. Gandin chiese al Comando Supremo di essere evacuato dall'isola con
l’intera divisione e con un successivo radiogramma chiese ordini sul
comportamento da tenere di fronte alle richieste tedesche. Ambedue gli
ordini del Comando Supremo per il gen. Gandin, firmati "Marina
Brindisi", di "considerare
le truppe tedesche nemiche" e di "resistere
con le armi all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre
isole", allegati al Diario storico del CS, sono datati 11
settembre, e secondo la testimonianza del s. ten. di vascello Vincenzo Di
Rocco, che decrittò personalmente i radiogrammi, uno sarebbe pervenuto
a Cefalonia intorno alle ore 11,00 dell'11 settembre. E’
da ritenersi comunque verosimile che non più tardi del giorno 12 settembre il presidio di
Cefalonia fosse a conoscenza degli ordini del CS, dal momento che, secondo
il ten. Giovanni Pampaloni, reduce da Corfù, quel giorno il col.
Lusignani ebbe un colloquio con il gen. Gandin. Nei giorni 11 e 12
settembre il
colonnello Lusignani, attenendosi agli ordini ricevuti, respinse le
intimazioni di resa del comandante tedesco dell’isola e dell’inviato del
comando del gruppo armate E, maggiore Hirschfeld, ed il 13 settembre non solo
respinse un tentativo di sbarco di truppe tedesche, ma catturò l’intero
presidio germanico dell’isola. Nei giorni 11, 12 e 13 settembre il gen. Gandin,
fidando sui suoi ottimi rapporti con gli ex alleati (egli conosceva
personalmente Hitler e i capi dell'OKW, Keitel e Jodl),
trattò con i tedeschi un ritorno
in Italia (quella del Sud) teoricamente e praticamente inattuabile
o come sembra più
probabile, alla luce della documentazione conservata negli archivi
tedeschi,
in quella
del Centro-Nord occupata dai tedeschi, conservando parte delle armi.
Agli atti del processo contro il gen. Lanz a Norimberga c'è
questa dichiarazione del gen. Horst von Buttler, capo del settore
operazioni del Comando Supremo Operativo della Wehrmacht: "...Il
gen. Gandin passa per un fedele amico della Germania e così pure del
capo del Comando operativo della Wehrmacht, gen. Jodl e dell'addetto
militare a Roma, gen. von Rintelen...".
Scrive don Formato, cappellano militare del 33° artiglieria: "... D'altra
parte la figura del generale Gandin era simpaticamente conosciuta ed
apprezzata in Germania, sia negli ambienti vicino ad Hitler sia nelle
alte sfere dello stato maggiore tedesco. Era decorato della Croce di
Ferro. Era stato una personalità di primo piano nello scambio di vedute
tra i due stati maggiori e nella campagna di Russia. Benemerenze che la
Germania non poteva dimenticare, ora che gli eventi bellicosi
internazionali - bruscamente cambiati - facevano piombare il generale
Gandin e la sua divisione nella più critica situazione. Egli dunque
sperava - fondandosi sul reale prestigio che godeva tra gli alti capi
militari e politici di Germania - che a lui e alla sua divisione sarebbe
stato concesso un trattamento di favore. Quale? L'isola di Cefalonia
doveva essere ceduta all'incondizionato dominio delle truppe tedesche,
che già ne presidiavano una parte. Ma alle truppe italiane bisognava
concedere la possibilità di raggiungere pacificamente la Patria dove
avrebbero deposto le armie così perchè non più combattenti. Sperava, in altri
termini, di ottenere il rimpatrio e la smobilitazione pacifica dei suoi
uomini...“.
Scrive il cap. Bronzini, dello Stato
Maggiore della Divisione: "... La
mia impressione è che il gen. Gandin,
fiducioso nel proprio prestigio presso i tedeschi – conosceva
personalmente i capi tedeschi, presso i quali aveva svolto delicati
incarichi e dai quali era stimato – sperasse con abili trattative di
riuscire ad ottenere per la situazione della Acqui una soluzione
onorevole sotto tutti i punti di vista e conveniente per tutti, quale
forse non erano riusciti ad ottenere per le loro divisioni altri
generali nel continente greco...”. Scrive il
cap. Tomasi, dello Stato Maggiore e interprete ufficiale della
Divisione : ”… (Gandin, nda) cercava di ottenere in
tutti i modi, basandosi pure sulla sua personale conoscenza di generali
tedeschi che alla Acqui venisse fatto un trattamento di particolare
riguardo. E precisamente voleva che la Divisione ritornasse in patria
con tutte le sue armi che aveva quando ne era partita. Ai tedeschi si
sarebbero eventualmente cedute le artiglierie di preda bellica e quelle
anticarro che in definitiva avevamo avuto da loro...”.
Intanto, il prolungarsi delle trattative che
favoriva unicamente il progressivo rafforzamento del presidio tedesco
dell'isola, la propaganda greca sempre più insistente, con la diffusione
di notizie fantasiose circa un imminente sbarco anglo-americano e con
l’offerta di centinaia, se non migliaia, di volontari patrioti pronti a
far causa comune con gli italiani, la certezza che, una volta eliminato
l'esiguo presidio tedesco, nulla si sarebbe opposto al desiderato
rimpatrio, alimentarono un’atmosfera di aperta insubordinazione. Essa si
manifestò specialmente nei reparti dell’Artiglieria, della Marina, dei
Carabinieri e solo parzialmente dei due reggimenti di Fanteria,
provocando il ferimento di un ufficiale superiore e l’omicidio (anche se
alcune testimonianze riferiscono di un colpo di pistola partito
accidentalmente) del cap. Gazzetti. Lo stesso gen. Gandin fu fatto oggetto
del lancio, da parte di un carabiniere, di una bomba a mano che non esplose. Nè da parte del generale
comandante nè degli altri comandanti di corpo vennero adottate misure
volte a reprimere tali atti di insubordinazione. La mancata
adozione di misure disciplinari, anche estreme, attribuita da molti ad
una presunta "debolezza" del gen. Gandin e del suo Stato
Maggiore, porterebbe invece ad avvalorare l'ipotesi che gli ordini del Comando Supremo
Italiano di
considerare le truppe tedesche nemiche e di conseguenza di resistere alla loro
richiesta di cessione delle armi, fossero giunti a Cefalonia già l'11 o
al massimo il 12 settembre,
creando
così quell’insanabile contrasto tra il gen. Gandin, che era ancora fiducioso
della buona fede dei tedeschi nel portare avanti la trattativa per il
disarmo onorevole (sic) della Divisione, e una parte degli ufficiali propensi
invece a combattere apertamente i tedeschi. In entrambi i presidi furono liberati i
prigionieri politici e furono distribuite armi ai patrioti greci. A
Cefalonia il 13 settembre i capitani di artiglieria Renzo Apollonio, Amos
Pampaloni ed il tenente Abele Ambrosini, appoggiati dalle batterie della Regia
Marina, presero a cannonate due o più motozattere tedesche con truppa,
armi e rifornimenti che stavano per attraccare al porto di Argostòli,
probabilmente per tentare un colpo di mano contro il Comando Divisione,
provocando tra i tedeschi 5 morti e 8 feriti. Precedentemente i
tedeschi, a partire già dal giorno 9, avevano aggredito e disarmato
alcune nostre postazioni di artiglieria e preso a cannonate alcune
imbarcazioni che cercavano di allontanarsi dal porto di Argostòli. Nella notte tra il 13 e il 14
il gen. Gandin, che nel frattempo aveva certamente ricevuto gli ordini
da Brindisi, dispose una consultazione che interessò l'intera divisione
(ad eccezione di 5 battaglioni che si stavano spostando da Argostòli
verso le zone di raccolta previste dagli accordi di resa), il cosiddetto
“referendum”, proponendo 3 opzioni - con i tedeschi, cessione delle
armi o contro i tedeschi - in cui prevalse a larga maggioranza la
scelta di non cedere le armi. Il 14 settembre mentre Corfù ( dove il giorno
precedente erano sbarcati, provenienti dall'Albania, il I btg. del
49° reggimento fanteria Parma, al comando del col. Bettini, ed altri
reparti per un totale di 3.500 uomini che si affiancheranno nei
combattimenti ai 4500 della Acqui) era sottoposta a
continui bombardamenti tedeschi che, rinunciando per il momento ad un
nuovo tentativo di sbarco sull’isola, stavano concentrando tutti gli
sforzi su Cefalonia, il gen. Gandin alle ore 12,00 inviò al ten. col. Barge una lettera in cui dichiarava in sostanza che la divisione Acqui
si era ammutinata: “La divisione si rifiuta di eseguire il mio
ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante
tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata
sull’isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non
in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli.
Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla
Divisione. La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando
non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità -
come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta
- che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al
momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La
divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non
impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la
divisione preferirà combattere piuttosto di subire l’onta della cessione
delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a
trattare con la parte tedesca, finchè rimango al vertice della mia
divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16,00. Nel frattempo le
truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente
avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono
derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui
gen. Gandin”. Le trattative non si interruppero ma proseguirono
fino alle 23,30. Infatti alle 22,00 il tenente Thun
aveva comunicato al comandante del XXII corpo d’armata a Ioannina, gen.
Lanz: “Trattative ancora in corso. Il Comandante (Barge,
nda) è ancora presso il gen. Gandin. Attacco preparato in
collegamento con l’ufficiale responsabile degli Stukas”. L’illusione
del gen. Gandin di farsi imbarcare dagli stessi tedeschi per l’Italia,
addirittura conservando le armi, era oramai svanita. Per i
tedeschi invece era scoccata l’ora di passare
all’attacco e di procedere al disarmo della divisione italiana con la
forza . Alle 14,00 del 15 settembre la divisione Acqui venne attaccata con incursioni incessanti di Stukas e sbarchi
continui di truppe. Alle 15,40 il gen. Gandin comunicò al comando della VII armata: ”Tedeschi non accettano
mia richiesta che divisione conservi armi alt At violenza risponderò con
violenza alt Comandante Cefalonia Generale Gandin”. Quindi arrivò
il criminale ordine del Führer di eliminare sistematicamente tutti i
prigionieri, feriti compresi.”. Il gen. Lanz
dichiarò nel corso del processo di Norimberga del 1947: "Per
quanto ricordi, era un ordine molto breve che diceva che tutti gli
italiani della divisione di Gandin dovevano essere fucilati per
ammutinamento". Dopo aspri e sanguinosi combattimenti
il 22 settembre ci fu la richiesta di resa del gen. Gandin.
Dal 18 al 22 gli “alpini” della Wehrmacht trucidarono nel corso
dei combattimenti e subito dopo la resa alcune migliaia di prigionieri
sia ufficiali che graduatati e soldati. Alle 7 del 24 settembre il gen. Gandin fu fucilato da un
plotone comandato dal sottotenente del III battaglione
del 98° reggimento «cacciatori delle alpi», Otmar Mühlhauser.
Ricorda don Formato: " - Conosco bene i tedeschi! - aveva
detto (Gandin, nda) qualche giorno prima, durante il combattimento, ad alcuni suoi
ufficiali - se perderemo questa lotta, ci fucileranno tutti!". Fu poi
la volta di altri 129 ufficiali, fucilati alla
"casetta rossa". Il 24 settembre il Comando supremo tedesco
dichiarò: "La divisione italiana
ribelle sull’isola di Cefalonia è stata distrutta".
Il 25 settembre furono
fucilati altri 7 ufficiali, prelevati dal 37°ospedale da campo dove
erano ricoverati e/o rifugiati , per rappresaglia per la fuga di due ufficiali dallo
stesso ospedale . Il
peggiore eccidio di militari fatti prigionieri che la storia ricordi. Corfù venne attaccata
in forze dal 23 al 26 settembre ed anch’essa, dopo furiosi
combattimenti, fu costretta alla resa. Il 27 settembre vennero fucilati
i colonnelli Lusignani e Bettini con altri 27 ufficiali. Circa 650
soldati e graduati vennero uccisi durante i combattimenti e non
tutti per rappresaglia,
come a Cefalonia. L’ordine di Hitler di non fare prigionieri era stato
esteso anche a Corfù ma non venne applicato nella stessa
misura. |
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