LA RESISTENZA DELLA  DIVISIONE "ACQUI" A CEFALONIA E  CORFU' NEL SETTEMBRE  DEL 1943 E GLI ECCIDI PERPETRATI DALLA  WEHRMACHT

            The Italian Division "ACQUI" slaughter by Wehrmacht in Cefalonia and Corfu' after september 8th, 1943

 

di Silvio Lenza

 

 

 
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.LA STORIA

Parafrasando il titolo di un famoso film: “Il postino bussa sempre due volte ”, si può affermare che il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio scappa sempre due volte!... La prima volta nel 1917 da Caporetto, la seconda il 9 settembre 1943 da Roma. In Italia, Sardegna compresa, c’erano più di un milione di uomini in armi. In Provenza e Corsica duecentotrentamila, in Jugoslavia trecentomila, altrettanti in Albania e Grecia, più di cinquantamila nelle isole dell’Egeo. Di quasi due milioni di soldati che erano minacciati dai tedeschi, ma che a loro volta li potevano minacciare, nessuno a Roma, sembrò ricordarsi. Le truppe italiane in Italia e fuori dai confini furono abbandonate al loro destino. L'armistizio fu annunciato e realizzato, ai vertici dello Stato, in un'atmosfera di panico e di viltà. La dissoluzione dell'esercito si consumò nel breve volgere di tre giorni (9, 10 e 11 settembre). Dapprima sintomi di sbandamento seguiti da allontanamenti dai reparti; poi, generale disorientamento.  Il tutto dominato da un confuso senso di attesa dell'arrivo degli anglo-americani o di ordini del Governo e del Comando Supremo. Il comandante tedesco in Italia, maresciallo Kesselring, si proponeva una rapida ritirata fino al Po per la superiorità delle forze italiane, ma chi avrebbe dovuto a quelle forze impartire ordini si precipitò invece verso Pescara e Ortona per trovare posto sulla nave "Baionetta" con la quale la famiglia reale, Badoglio, e le più alte gerarchie militari raggiunsero Brindisi. Appena furono giunti “ in porto ”, a Brindisi, fecero tutti “ la faccia feroce ”, a cominciare dai generali Ambrosio e Roatta. “…Ambrosio e Roatta, non appena messo piede  -  scrive R. Zangrandi - sul ‘piccolo lembo’ di Brindisi, avvertirono una schiarita di mente, come se si fosse aperto un velario…dagli uffici del Comando supremo e dello Stato Maggiore alfine sistemati in un punto fermo, elaborarono quelle disposizioni che, per due giorni e mezzo, non erano riusciti a formulare e a trasmettere. Attesta Roatta, e tutti gli autori militari gliene danno atto, fino ad oggi, di aver diramato ai Comandi periferici ‘l’ordine generale di considerare le truppe germaniche come nemiche’ l’11 mattina. Con quest’ordine, egli assicura, ‘si tagliava la testa al toro’, perché esso ‘costituiva una vera dichiarazione di guerra militare alle forze germaniche, tanto più perché trasmesso per radio e per aereo (a mezzo volantini) in chiaro ". Il primo ordine venne diramato il 10 settembre -  come scrive Maria Grasso Tarantino : “…Alle ore 23,45 di quel giorno (10 settembre 1943) dal Comando del 15° Reggimento Costiero venne trasmesso al Comando del Presidio (di Barletta, nda) il seguente fonogramma (n. 1256): «La Germania ha dichiarato guerra all’Italia. Regolarsi conseguenza. Firmato Colonnello Aiello. Trasmette Campione. Riceve Dellaquila "..." Una conferma sicura arrivò subito: alle ore 2 dell’11 settembre 1943 dal Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata, venne trasmesso al Distretto ed al Comando del Presidio Militare di Barletta il seguente fonogramma (n. 42 O.P.): “ Urgentissimo: per ordine superiore considerate truppe germaniche come truppe nemiche ed agite in conseguenza. Firmato Generale Caruso. Trasmette Scarretta. Riceve Dellaquila ”. Scriveva nel 1946 il gen. Francesco Rossi, vice Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo: ” L’ordine di considerare i tedeschi come nemici fu diramato l’11 settembre da Brindisi…e potè giungere soltanto ad un numero  limitatissimo di scacchieri (Sardegna, Corsica, Corfù, Cefalonia, Lero) a mezzo dei collegamenti della Regia Marina ”. La Divisione Acqui presidiava Cefalonia con circa 12.000 uomini al comando del generale di divisione Antonio Gandin, e l’isola di Corfù con una forza di circa 4.500 uomini al comando del colonnello Luigi Lusignani.  Alcuni reparti della Acqui erano di stanza anche a Zante e Santa Maura (Leukade). La sera del 9 settembre i due presidi ricevettero dal gen. Vecchiarelli, comandante dell’XI Armata, arresosi ai tedeschi senza combattere, l’ordine di cedere loro le armi con la falsa promessa del rimpatrio. Sia il gen. Gandin che il col. Lusignani considerarono l’ordine apocrifo, oppure dettato sotto minaccia, e non lo eseguirono. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre il colonnello Lusignani inviò il maggiore Capra a Brindisi allo scopo di stabilire un contatto con la madrepatria e chiese con 2 radiogrammi, uno per la VII Armata e l’altro per il Comando Supremo, di essere evacuato dall’isola con il presidio al completo. Tra il 9  e il 10 settembre il gen. Gandin ordinò al III battaglione del 317°reggimento fanteria di ritirarsi dal nodo strategico di Kardakata per cederlo all’ex alleato e il 10 settembre ebbe dal ten. colonnello Barge, comandante del presidio tedesco, l’ordine perentorio di cedere le armi senza condizioni, secondo le direttive dell’OKW (Comando Supremo Tedesco), nell'ambito  del "Piano Asse", che prevedevano l’immediato disarmo di tutti i militari italiani ed il loro internamento nei campi di concentramento. Sulla presenza a Cefalonia nel mese di settembre di una missione militare alleata non vi sono dubbi. Secondo lo storico greco Spyros Loukatos due emissari dell'Alto Comando inglese in Medio Oriente, il cap. Galiatsatos e il ten. Migliaresis che fungeva da interprete, si incontrarono il 10 settembre con il gen. Gandin, offrendogli l'appoggio aereo degli Alleati qualora avesse deciso di attaccare subito i tedeschi. Nella notte dell’11 o al massimo nelle prime ore del 12 settembre il colonnello Lusignani ricevette prima dalla VII armata e dopo dal Comando Supremo l’ordine di considerare le truppe tedesche nemiche e di opporsi ad un loro eventuale tentativo di sbarco. Il giorno 11 settembre anche il gen. Gandin chiese al Comando Supremo  di essere evacuato dall'isola con l’intera Divisione e con un successivo radiogramma chiese ordini sul comportamento da tenere di fronte alle richieste tedesche. Ambedue gli ordini del Comando Supremo per il gen. Gandin, firmati " Marina Brindisi ", di " considerare le truppe tedesche nemiche " e di " resistere con le armi all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole ", allegati al Diario storico del CS, sono datati 11 settembre, e secondo la testimonianza del s. ten. di vascello Vincenzo Di Rocco, che decrittò personalmente i radiogrammi, il primo sarebbe pervenuto a Cefalonia intorno alle ore 11,00 dell'11 settembre e consegnato immediatamente dal Comandante della Regia Marina cap. Mario Mastrangelo al gen. Gandin. E’ da ritenersi comunque verosimile che non più tardi del giorno 12 settembre il presidio di Cefalonia fosse  a conoscenza degli ordini del CS, dal momento che, secondo il ten. Giovanni Pampaloni, reduce da Corfù, quel giorno il col. Lusignani ebbe un colloquio telefonico con il gen. Gandin. Nei giorni 11 e 12 settembre il colonnello Lusignani, attenendosi agli ordini ricevuti, respinse le intimazioni di resa del comandante tedesco dell’isola e dell’inviato del comando del gruppo armate E, maggiore Hirschfeld, ed il 13 settembre non solo respinse un tentativo di sbarco di truppe tedesche, ma catturò l’intero presidio germanico dell’isola. Alla luce della documentazione conservata negli archivi tedeschi, nei giorni 11, 12 e 13 settembre il gen. Gandin, fidando sui suoi ottimi rapporti con gli ex alleati (egli conosceva personalmente Hitler e i capi dell'OKW, maresciallo Keitel e generale Jodl), trattò con i tedeschi il ritorno di una parte della Divisione nell’Italia occupata dai tedeschi, conservando parte delle armi. Infatti alle 20,30 dell’11 settembre il comandante del presidio tedesco di Cefalonia ten.col. Barge aveva comunicato al gen. Lanz: “ La maggior parte della Acqui sarà disarmata. Il resto della formazione italiana continuerà a combattere sotto il comando tedesco. La consistenza di quest’ultima parte verrà in seguito comunicata ”. Agli atti del processo contro il gen. Lanz a Norimberga c'è questa dichiarazione del gen. Horst von Buttler, capo del settore operazioni del Comando Supremo Operativo della Wehrmacht: "...Il gen. Gandin passa per un fedele amico della Germania e così pure del capo del Comando operativo della Wehrmacht, gen. Jodl e dell'addetto militare a Roma, gen. von Rintelen...". Scriveva don Romualdo Formato, cappellano militare del 33° artiglieria: "... D'altra parte la figura del generale Gandin era simpaticamente conosciuta ed apprezzata in Germania, sia negli ambienti vicino ad Hitler sia nelle alte sfere dello stato maggiore tedesco. Era decorato della Croce di Ferro. Era stato una personalità di primo piano nello scambio di vedute tra i due stati maggiori e nella campagna di Russia. Benemerenze che la Germania non poteva dimenticare, ora che gli eventi bellicosi internazionali - bruscamente cambiati - facevano piombare il generale Gandin e la sua divisione nella più critica situazione. Egli dunque sperava - fondandosi sul reale prestigio che godeva tra gli alti capi militari e politici di Germania - che a lui e alla sua divisione sarebbe stato concesso un trattamento di favore. Quale? L'isola di Cefalonia doveva essere ceduta all'incondizionato dominio delle truppe tedesche, che già ne presidiavano una parte. Ma alle truppe italiane bisognava concedere la possibilità di raggiungere pacificamente la Patria dove avrebbero deposto le armie così perchè non più combattenti. Sperava, in altri termini, di ottenere il rimpatrio e la smobilitazione pacifica dei suoi uomini...“. Scriveva il cap. Bronzini, dello Stato Maggiore della Divisione: "... La mia impressione è che il gen. Gandin, fiducioso nel proprio prestigio presso i tedeschi – conosceva personalmente i capi tedeschi, presso i quali aveva svolto delicati incarichi e dai quali era stimato – sperasse con abili trattative di riuscire ad ottenere per la situazione della Acqui una soluzione onorevole sotto tutti i punti di vista e conveniente per tutti, quale forse non erano riusciti ad ottenere per le loro divisioni altri generali nel continente greco...”. Inoltre, il cap. Tomasi, dello Stato Maggiore e interprete ufficiale della Divisione, dichiarava : ”… (Gandin, nda) cercava di ottenere in tutti i modi, basandosi pure sulla sua personale conoscenza di generali tedeschi che alla Acqui venisse fatto un trattamento di particolare riguardo. E precisamente voleva che la Divisione ritornasse in patria con tutte le sue armi che aveva quando ne era partita. Ai tedeschi si sarebbero eventualmente cedute le artiglierie di preda bellica e quelle anticarro che in definitiva avevamo avuto da loro...”.  Intanto, il prolungarsi delle trattative che favoriva unicamente il progressivo rafforzamento del presidio tedesco dell'isola, la propaganda greca sempre più insistente, con la diffusione di notizie fantasiose circa un imminente sbarco anglo-americano e l’offerta di centinaia, se non migliaia, di volontari patrioti pronti a far causa comune con gli italiani, la certezza che, una volta eliminato l'esiguo presidio tedesco, nulla si sarebbe opposto al desiderato ritorno in patria, alimentarono un’atmosfera di aperta e crescente insofferenza verso il gen. Gandin e lo Stato Maggiore della Divisione . Essa si manifestò specialmente nei reparti dell’Artiglieria, della Marina, dei Carabinieri e parzialmente nei due reggimenti di Fanteria, provocando il ferimento e la morte ( alcune testimonianze riferiscono di un colpo di pistola partito accidentalmente ) del cap. Gazzetti. Secondo la testimonianza resa nel 1944 da due carabinieri, Scanga e Appetecchi, il s.ten. dei carabinieri Orazio Petruccelli, MOVM, il 14 settembre aveva deciso di arrestare per tradimento il gen Gandin ma  poi aveva desistito da tale proposito, e lo stesso gen. Gandin era stato fatto oggetto del lancio, da parte di un carabiniere, tale Nicola Tirino, di una bomba a mano che non esplose. Nè da parte del generale comandante nè degli altri comandanti di corpo vennero adottate misure volte a reprimere tali atti di insubordinazione. La mancata adozione di misure disciplinari, anche estreme, attribuita da molti ad una presunta "debolezza" del gen. Gandin e del suo Stato Maggiore, confermerebbe invece che gli ordini del Comando Supremo Italiano di “ considerare le truppe tedesche nemiche “ e di " resistere con le armi all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole ", fossero giunti a Cefalonia già l'11 o al massimo il 12 settembre, creando così quell’insanabile frattura tra il gen. Gandin e una parte degli ufficiali propensi da subito a combattere i tedeschi. In entrambi i presidi furono liberati i prigionieri politici e furono distribuite armi ai patrioti greci. A Cefalonia il 13 settembre i capitani di artiglieria Renzo Apollonio, Amos Pampaloni ed il tenente Abele Ambrosini, appoggiati dalle batterie della Regia Marina, presero a cannonate due o più motozattere tedesche con truppa, armi e rifornimenti  che stavano per attraccare al porto di Argostòli, provocando tra i tedeschi 5 morti e 8 feriti. Precedentemente i tedeschi, a partire già dal giorno 9, avevano aggredito e disarmato alcune nostre postazioni di artiglieria e preso a cannonate alcune imbarcazioni che cercavano di allontanarsi dal porto di Argostòli. Nella notte tra il 13 e il 14 il gen. Gandin, che nel frattempo aveva certamente ricevuto gli ordini da Brindisi, dispose una consultazione che interessò una parte della divisione ( 5 battaglioni si stavano spostando da Argostòli verso le zone di raccolta come previsto dagli accordi di resa ), il cosiddetto “referendum”, proponendo 3 opzioni - con i tedeschi, cessione delle armi o contro i tedeschi - in cui  prevalse a larga maggioranza  la scelta di combattere contro i tedeschi. Il 14 settembre mentre Corfù ( dove il giorno 13 erano sbarcati, provenienti dall'Albania, il I btg. del 49° reggimento fanteria Parma, al comando del col. Bettini, ed altri reparti per un totale di 3.500 uomini che si affiancheranno nei combattimenti agli uomini della Acqui ) era sottoposta a continui bombardamenti  tedeschi che, rinunciando per il momento ad un nuovo tentativo di sbarco sull’isola, stavano concentrando tutti gli sforzi su Cefalonia, il gen. Gandin, alle ore 12,00, inviò al ten. col. Barge una “notifica” in cui dichiarava in sostanza che la divisione Acqui si era ammutinata (*): “ La divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull’isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione. La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità - come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta -  che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finchè rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16,00. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui  gen. Gandin ”. Nonostante l’affondamento dei 2 pontoni da sbarco tedeschi, le trattative non si interruppero ma proseguirono fino alle 10,00 del 15 settembre. Alle 22,00 del 14 il tenente Thun aveva comunicato al comandante del XXII corpo d’armata a Ioannina, gen. Lanz: “ Trattative ancora in corso. Il Comandante (Barge, nda) è ancora presso il gen. Gandin. Attacco preparato in collegamento con l’ufficiale responsabile degli Stukas ”. Alle 5,30 del 15 il ten.col. Barge aveva comunicato al gen. Lanz : ” Il gen. Gandin si e' dichiarato pronto a cedere solo le armi pesanti fisse. Egli vuole passarci l'artiglieria mobile e la contraerea solo al momento dell'imbarco. I nostri preparativi per l'attacco sono ultimati. Il momento piu' favorevole per l'inizio dell'attacco e' alle ore 14,00...". Secondo la testimonianza del cap. Angelo Longoni: “ Verso le 10 del 15 settembre nella solita casetta in prossimità del porto può aver luogo il convegno decisivo. Gli animi sono eccitatissimi. Il gen. Lanz accettava le condizioni del comando italiano ma a sua volta chiedeva come garanzia la consegna di 11 ostaggi, tra cui un generale e alcuni ufficiali superiori. Gli italiani replicavano che se i tedeschi insistevano nella richiesta noi pretendevamo analoga garanzia. Le trattative, già compromesse dall'ammaraggio di grossi apparecchi da trasporto tedeschi si arenavano. Il ten. Fauth prendeva tempo, ancora una volta per l'estremo tentativo e si allontanava. Tutte le richieste italiane vennero accettate...Gli italiani accettavano di ritirarsi nella zona delimitata in attesa dell'imbarco. Ai tedeschi sarebbero andati i pezzi di preda bellica ceduti agli italiani. La firma del gen. Lanz a garanzia dell'accordo ". Per i tedeschi invece era scoccata l’ora di passare all’attacco e di procedere con la forza al disarmo della divisione italiana. Alle 14,00 del 15 settembre la divisione Acqui fu attaccata con incursioni incessanti di Stukas e sbarchi continui di truppe. Alle 15,20 il gen. Gandin comunicò al comando della VII armata: ” Prego informare autorità competente che oggi sono stato costretto aprire at Cefalonia ostilità con tedeschi Alt Generale Gandin ”. Quindi arrivò l’ordine criminale del Führer di eliminare sistematicamente tutti i prigionieri, feriti compresi. Il gen. Lanz dichiarò nel corso del processo di Norimberga del 1947: " Per quanto ricordi, era un ordine molto breve che diceva che tutti gli italiani della divisione di Gandin dovevano essere fucilati per ammutinamento ". Il 21 settembre gli Inglesi lanciarono sull'isola di Corfù la missione "Acheron" e sembra che tra il 24 e il 25 settembre, a sbarco tedesco ormai avvenuto, si fossero decisi a fornire il loro appoggio aereo. Dopo sanguinosi combattimenti il 22 settembre ci fu la richiesta di resa del gen. Gandin. Dal 17 al 22 gli “alpini” della Wehrmacht trucidarono nel corso dei combattimenti alcune migliaia di prigionieri , sia ufficiali che graduatati e soldati. Alle 7 del 24 settembre il gen. Gandin fu fucilato da un  plotone comandato dal sottotenente del III battaglione del 98° reggimento  “ Cacciatori delle alpi “, Otmar Mühlhauser. Ricordava don Formato: " - Conosco bene i tedeschi! -  aveva detto (Gandin, nda) qualche giorno prima, durante il combattimento, ad alcuni suoi ufficiali - se perderemo questa lotta, ci fucileranno tutti! ". Fu poi  la volta  di altri 129 ufficiali, fucilati alla "Casetta Rossa". Il 24 settembre il Comando supremo tedesco dichiarò: " La divisione italiana ribelle sull’isola di Cefalonia è stata distrutta ".  Il 25 settembre furono fucilati altri 7 ufficiali, prelevati dal 37°ospedale da campo dove erano ricoverati e/o rifugiati, per rappresaglia per la fuga di due ufficiali dal medesimo ospedale. Il peggiore eccidio di soldati fatti prigionieri che il secondo conflitto mondiale ricordi. Corfù venne attaccata in forze dal 23 al 26 settembre ed anch’essa, dopo aspri combattimenti, fu costretta alla resa. Il 27 settembre vennero fucilati i colonnelli Lusignani e Bettini con altri 27 ufficiali. Alcune centinaia di soldati e graduati vennero uccisi durante i combattimenti e non tutti dopo essere stati fatti prigionieri, come a Cefalonia.

( * ) A qualsiasi ufficiale tedesco non era mai capitato in quattro anni di guerra di leggere una lettera con un inizio del genere: "La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine...". I quattro autori che in questi 60 anni hanno pubblicato la vera lettera di Gandin (Ghilardini, Apollonio, Giraudi e Caruso) hanno lasciato capire che quel documento avrebbe potuto essere una delle spiegazioni della strage. Soprattutto i superstiti non hanno avuto il coraggio di commentare la lettera. Perosa ammetteva che i tedeschi li chiamavano "franchi tiratori", ma non si chiedeva perché: "Se Badoglio avesse subito dichiarato guerra alla Germania, i tedeschi non avrebbero potuto comportarsi con l'efferatezza che abbiamo conosciuto, dietro l'alibi di considerarci, non so se a torto o a ra­gione, "Freischàrlers" "franchi tiratori", come ci dicevano dopo la battaglia". Brignoli scriveva: "Erano bolzanini, parlavano italiano meglio di noi. Ci chiamavano banditi...". L'allora ten. Nicola Ruscigno raccontava che "gli alpini al nostro passaggio per le strade di Argostoli ci investono con frasi ingiuriose". Perché mai questi tedeschi che conoscevano il significato delle parole italiane usarono l'espressione banditi e non traditori? Se le parole hanno un senso, se i tedeschi si rivolgevano verso i superstiti chiamandoli "franchi tiratori", cioè ribelli senza divisa, questa scelta di vocaboli poteva venire solo dal fatto che i comandanti avevano riferito loro dell'ammutinamento della divisione. Comprendiamo le reazioni stupefatte di Perosa, Brignoli, Ruscigno e Pampaloni. Quest'ultimo, quando gli abbiamo mostrato la lettera, ci dichiarava:"Ma siamo sicuri che la traduzione sia esatta?Che Gandin non abbia usato un condizionale invece del presente?". No, la responsabilità del massacro dei prigionieri di guerra non è di Badoglio o del traduttore tedesco, purtroppo ricade indirettamente sul nostro generale Gandin. Se Hitler non avesse letto quelle espressioni, Cefalonia sarebbe rimasta l'isola del miele, di fronte alla patria di Ulisse e De Bernières non vi avrebbe ambientato il suo romanzo. Che lo stesso Gandin sia rimasto vittima della sua stessa lettera vuol dire solo che il generale sbagliò i suoi calcoli: sperava di salvarsi denuncian­do la ribellione, perché lui era per la resa e la cessione delle armi non era potuta avvenire per il rifiuto della divisione. Il massacro è la dimostrazione che la lettera era arrivata fino in alto, troppo in alto per rimanere ignorata; perché nessun ufficiale tedesco aveva mai sentito che un generale ne­mico desse del ribelle alla propria divisione. La risposta del Fuhrer fu folle e impietosa: nessun prigioniero, quindi compreso il comandante. Anzi, il primo che doveva pagare doveva essere proprio lui, perché portava la croce di ferro tedesca e aveva tradito, mettendosi alla guida dei suoi franchi tiratori contro la Germania. I soldati di Cefalonia non vennero massacrati perché si erano opposti con le armi ai tedeschi ma perché si erano ribellati agli ufficiali italiani. Atteggiandosi a giudice italiano, Hitler giudicò quei soldati passibili di immediata fucilazione. Il primo generale della Seconda Guerra Mondiale a riferire al nemico che la sua divisione si era ribellata ai suoi ordini fu Gandin. Hitler ne prese atto e ne trasse le sue orrende conseguenze. Se in tutta la Seconda Guerra Mondiale solo i soldati di Cefalonia vennero passati per le armi, l'unica spiegazione che riusciamo a trovare sta in quella lettera e in quelle informazioni di Gandin. (Paolo Paoletti, I traditi di Cefalonia, Fratelli Frilli 2003)

 

 
 

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Ultimo aggiornamento: 05-05-09