Parafrasando il titolo di un famoso film: “Il postino bussa sempre
due volte ”, si può affermare che il Maresciallo d’Italia Pietro
Badoglio scappa sempre due volte!... La prima volta nel 1917 da
Caporetto, la seconda il 9 settembre 1943 da Roma. In Italia, Sardegna
compresa, c’erano più di un milione di uomini in armi. In Provenza e
Corsica duecentotrentamila, in Jugoslavia trecentomila, altrettanti in
Albania e Grecia, più di cinquantamila nelle isole dell’Egeo. Di quasi
due milioni di soldati che erano minacciati dai tedeschi, ma che a loro
volta li potevano minacciare, nessuno a Roma, sembrò ricordarsi. Le
truppe italiane in Italia e fuori dai confini furono abbandonate al loro
destino. L'armistizio fu annunciato e realizzato, ai vertici dello Stato,
in un'atmosfera di panico e di viltà. La dissoluzione dell'esercito si
consumò nel breve volgere di tre giorni (9, 10 e 11 settembre). Dapprima
sintomi di sbandamento seguiti da allontanamenti dai reparti; poi,
generale disorientamento. Il tutto dominato da un confuso senso di
attesa dell'arrivo degli anglo-americani o di ordini del Governo e del
Comando Supremo. Il comandante tedesco in Italia, maresciallo Kesselring,
si proponeva una rapida ritirata fino al Po per la superiorità delle
forze italiane, ma chi avrebbe dovuto a quelle forze impartire ordini si
precipitò invece verso Pescara e Ortona per trovare posto sulla nave "Baionetta"
con la quale la famiglia reale, Badoglio, e le più alte gerarchie
militari raggiunsero Brindisi. Appena furono giunti “ in porto ”,
a Brindisi, fecero tutti “ la faccia feroce ”, a cominciare dai
generali Ambrosio e Roatta. “…Ambrosio e Roatta, non appena messo
piede -
scrive R. Zangrandi - sul ‘piccolo lembo’ di Brindisi,
avvertirono una schiarita di mente, come se si fosse aperto un velario…dagli
uffici del Comando supremo e dello Stato Maggiore alfine sistemati in un
punto fermo, elaborarono quelle disposizioni che, per due giorni e
mezzo, non erano riusciti a formulare e a trasmettere. Attesta Roatta, e
tutti gli autori militari gliene danno atto, fino ad oggi, di aver
diramato ai Comandi periferici ‘l’ordine generale di considerare le
truppe germaniche come nemiche’ l’11 mattina. Con quest’ordine, egli
assicura, ‘si tagliava la testa al toro’, perché esso ‘costituiva una
vera dichiarazione di guerra militare alle forze germaniche, tanto più
perché trasmesso per radio e per aereo (a mezzo volantini) in chiaro
". Il primo ordine venne diramato il 10 settembre - come scrive Maria
Grasso Tarantino : “…Alle ore 23,45 di quel giorno (10 settembre
1943) dal Comando del 15° Reggimento Costiero venne trasmesso al Comando
del Presidio (di Barletta, nda) il seguente fonogramma (n. 1256): «La
Germania ha dichiarato guerra all’Italia. Regolarsi conseguenza. Firmato
Colonnello Aiello. Trasmette Campione. Riceve Dellaquila "..." Una
conferma sicura arrivò subito: alle ore 2 dell’11 settembre 1943 dal
Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata, venne trasmesso al Distretto
ed al Comando del Presidio Militare di Barletta il seguente fonogramma
(n. 42 O.P.): “ Urgentissimo: per ordine superiore considerate truppe
germaniche come truppe nemiche ed agite in conseguenza. Firmato Generale
Caruso. Trasmette Scarretta. Riceve Dellaquila ”. Scriveva nel 1946
il gen. Francesco Rossi, vice Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo:
” L’ordine di considerare i tedeschi come nemici fu diramato l’11
settembre da Brindisi…e potè giungere soltanto ad un numero
limitatissimo di scacchieri (Sardegna, Corsica, Corfù, Cefalonia, Lero)
a mezzo dei collegamenti della Regia Marina ”. La Divisione Acqui
presidiava Cefalonia con circa 12.000 uomini al comando del generale di
divisione Antonio Gandin, e l’isola di Corfù con una forza di circa
4.500 uomini al comando del colonnello Luigi Lusignani. Alcuni reparti
della Acqui erano di stanza anche a Zante e Santa Maura (Leukade). La
sera del 9 settembre i due presidi ricevettero dal gen. Vecchiarelli,
comandante dell’XI Armata, arresosi ai tedeschi senza combattere,
l’ordine di cedere loro le armi con la falsa promessa del rimpatrio. Sia
il gen. Gandin che il col. Lusignani considerarono l’ordine apocrifo,
oppure dettato sotto minaccia, e non lo eseguirono. Nella notte tra il 9
e il 10 settembre il colonnello Lusignani inviò il maggiore Capra a
Brindisi allo scopo di stabilire un contatto con la madrepatria e chiese
con 2 radiogrammi, uno per la VII Armata e l’altro per il Comando
Supremo, di essere evacuato dall’isola con il presidio al completo. Tra
il 9 e il 10 settembre il gen. Gandin ordinò al III battaglione del
317°reggimento fanteria di ritirarsi dal nodo strategico di Kardakata
per cederlo all’ex alleato e il 10 settembre ebbe dal ten. colonnello
Barge, comandante del presidio tedesco, l’ordine perentorio di cedere le
armi senza condizioni, secondo le direttive dell’OKW (Comando Supremo
Tedesco), nell'ambito del "Piano Asse", che prevedevano l’immediato
disarmo di tutti i militari italiani ed il loro internamento nei campi
di concentramento. Sulla presenza a Cefalonia nel mese di settembre di
una missione militare alleata non vi sono dubbi. Secondo lo storico
greco Spyros Loukatos due emissari dell'Alto Comando inglese in Medio
Oriente, il cap. Galiatsatos e il ten. Migliaresis che fungeva da
interprete, si incontrarono il 10 settembre con il gen. Gandin,
offrendogli l'appoggio aereo degli Alleati qualora avesse deciso di
attaccare subito i tedeschi. Nella notte dell’11 o al massimo nelle
prime ore del 12 settembre il colonnello Lusignani ricevette prima dalla
VII armata e dopo dal Comando Supremo l’ordine di considerare le truppe
tedesche nemiche e di opporsi ad un loro eventuale tentativo di sbarco.
Il giorno 11 settembre anche il gen. Gandin chiese al Comando Supremo
di essere evacuato dall'isola con l’intera Divisione e con un successivo
radiogramma chiese ordini sul comportamento da tenere di fronte alle
richieste tedesche. Ambedue gli ordini del Comando Supremo per il gen.
Gandin, firmati " Marina Brindisi ", di " considerare le
truppe tedesche nemiche " e di " resistere con le armi
all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole ",
allegati al Diario storico del CS, sono datati 11 settembre, e secondo
la testimonianza del s. ten. di vascello Vincenzo Di Rocco, che decrittò
personalmente i radiogrammi, il primo sarebbe pervenuto a Cefalonia
intorno alle ore 11,00 dell'11 settembre e consegnato immediatamente dal
Comandante della Regia Marina cap. Mario Mastrangelo al gen. Gandin. E’
da ritenersi comunque verosimile che non più tardi del giorno 12
settembre il presidio di Cefalonia fosse a conoscenza degli ordini del
CS, dal momento che, secondo il ten. Giovanni Pampaloni, reduce da Corfù,
quel giorno il col. Lusignani ebbe un colloquio telefonico con il gen.
Gandin. Nei giorni 11 e 12 settembre il colonnello Lusignani,
attenendosi agli ordini ricevuti, respinse le intimazioni di resa del
comandante tedesco dell’isola e dell’inviato del comando del gruppo
armate E, maggiore Hirschfeld, ed il 13 settembre non solo respinse un
tentativo di sbarco di truppe tedesche, ma catturò l’intero presidio
germanico dell’isola. Alla luce della documentazione conservata negli
archivi tedeschi, nei giorni 11, 12 e 13 settembre il gen. Gandin,
fidando sui suoi ottimi rapporti con gli ex alleati (egli conosceva
personalmente Hitler e i capi dell'OKW, maresciallo Keitel e generale
Jodl), trattò con i tedeschi il ritorno di una parte della Divisione
nell’Italia occupata dai tedeschi, conservando parte delle armi. Infatti
alle 20,30 dell’11 settembre il comandante del presidio tedesco di
Cefalonia ten.col. Barge aveva comunicato al gen. Lanz: “ La maggior
parte della Acqui sarà disarmata. Il resto della formazione italiana
continuerà a combattere sotto il comando tedesco. La consistenza di
quest’ultima parte verrà in seguito comunicata ”. Agli
atti del processo contro il gen. Lanz a Norimberga c'è questa
dichiarazione del gen. Horst von Buttler, capo del settore operazioni
del Comando Supremo Operativo della Wehrmacht: "...Il gen. Gandin
passa per un fedele amico della Germania e così pure del capo del
Comando operativo della Wehrmacht, gen. Jodl e dell'addetto militare a
Roma, gen. von Rintelen...". Scriveva don Romualdo Formato,
cappellano militare del 33° artiglieria: "... D'altra parte la figura
del generale Gandin era simpaticamente conosciuta ed apprezzata in
Germania, sia negli ambienti vicino ad Hitler sia nelle alte sfere dello
stato maggiore tedesco. Era decorato della Croce di Ferro. Era stato una
personalità di primo piano nello scambio di vedute tra i due stati
maggiori e nella campagna di Russia. Benemerenze che la Germania non
poteva dimenticare, ora che gli eventi bellicosi internazionali -
bruscamente cambiati - facevano piombare il generale Gandin e la sua
divisione nella più critica situazione. Egli dunque sperava - fondandosi
sul reale prestigio che godeva tra gli alti capi militari e politici di
Germania - che a lui e alla sua divisione sarebbe stato concesso un
trattamento di favore. Quale? L'isola di Cefalonia doveva essere ceduta
all'incondizionato dominio delle truppe tedesche, che già ne
presidiavano una parte. Ma alle truppe italiane bisognava concedere la
possibilità di raggiungere pacificamente la Patria dove avrebbero
deposto le armie così perchè non più combattenti. Sperava, in altri
termini, di ottenere il rimpatrio e la smobilitazione pacifica dei suoi
uomini...“. Scriveva il cap. Bronzini, dello Stato Maggiore della
Divisione: "... La mia impressione è che il gen. Gandin, fiducioso
nel proprio prestigio presso i tedeschi – conosceva personalmente i capi
tedeschi, presso i quali aveva svolto delicati incarichi e dai quali era
stimato – sperasse con abili trattative di riuscire ad ottenere per la
situazione della Acqui una soluzione onorevole sotto tutti i punti di
vista e conveniente per tutti, quale forse non erano riusciti ad
ottenere per le loro divisioni altri generali nel continente greco...”.
Inoltre, il cap. Tomasi, dello Stato Maggiore e interprete ufficiale
della Divisione, dichiarava : ”… (Gandin, nda) cercava di ottenere in
tutti i modi, basandosi pure sulla sua personale conoscenza di generali
tedeschi che alla Acqui venisse fatto un trattamento di particolare
riguardo. E precisamente voleva che la Divisione ritornasse in patria
con tutte le sue armi che aveva quando ne era partita. Ai tedeschi si
sarebbero eventualmente cedute le artiglierie di preda bellica e quelle
anticarro che in definitiva avevamo avuto da loro...”. Intanto, il
prolungarsi delle trattative che favoriva unicamente il progressivo
rafforzamento del presidio tedesco dell'isola, la propaganda greca
sempre più insistente, con la diffusione di notizie fantasiose circa un
imminente sbarco anglo-americano e l’offerta di centinaia, se non
migliaia, di volontari patrioti pronti a far causa comune con gli
italiani, la certezza che, una volta eliminato l'esiguo presidio tedesco,
nulla si sarebbe opposto al desiderato ritorno in patria, alimentarono
un’atmosfera di aperta e crescente insofferenza verso il gen. Gandin e
lo Stato Maggiore della Divisione . Essa si manifestò specialmente nei
reparti dell’Artiglieria, della Marina, dei Carabinieri e parzialmente
nei due reggimenti di Fanteria, provocando il ferimento e la morte (
alcune testimonianze riferiscono di un colpo di pistola partito
accidentalmente ) del cap. Gazzetti. Secondo la testimonianza resa nel
1944 da due carabinieri, Scanga e Appetecchi, il s.ten. dei carabinieri
Orazio Petruccelli, MOVM, il 14 settembre aveva deciso di arrestare per
tradimento il gen Gandin ma poi aveva desistito da tale proposito, e lo
stesso gen. Gandin era stato fatto oggetto del lancio, da parte di un
carabiniere, tale Nicola Tirino, di una bomba a mano che non esplose. Nè
da parte del generale comandante nè degli altri comandanti di corpo
vennero adottate misure volte a reprimere tali atti di insubordinazione.
La mancata adozione di misure disciplinari, anche estreme, attribuita da
molti ad una presunta "debolezza" del gen. Gandin e del suo Stato
Maggiore, confermerebbe invece che gli ordini del Comando Supremo
Italiano di “ considerare le truppe tedesche nemiche “ e di "
resistere con le armi all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e
nelle altre isole ", fossero giunti a Cefalonia già l'11 o al
massimo il 12 settembre, creando così quell’insanabile frattura tra il
gen. Gandin e una parte degli ufficiali propensi da subito a combattere
i tedeschi. In entrambi i presidi furono liberati i prigionieri politici
e furono distribuite armi ai patrioti greci. A Cefalonia il 13 settembre
i capitani di artiglieria Renzo Apollonio, Amos Pampaloni ed il tenente
Abele Ambrosini, appoggiati dalle batterie della Regia Marina, presero a
cannonate due o più motozattere tedesche con truppa, armi e rifornimenti
che stavano per attraccare al porto di Argostòli, provocando tra i
tedeschi 5 morti e 8 feriti. Precedentemente i tedeschi, a partire già
dal giorno 9, avevano aggredito e disarmato alcune nostre postazioni di
artiglieria e preso a cannonate alcune imbarcazioni che cercavano di
allontanarsi dal porto di Argostòli. Nella notte tra il 13 e il 14 il
gen. Gandin, che nel frattempo aveva certamente ricevuto gli ordini da
Brindisi, dispose una consultazione che interessò una parte della
divisione ( 5 battaglioni si stavano spostando da Argostòli verso le
zone di raccolta come previsto dagli accordi di resa ), il cosiddetto
“referendum”, proponendo 3 opzioni - con i tedeschi, cessione delle
armi o contro i tedeschi - in cui prevalse a larga maggioranza la
scelta di combattere contro i tedeschi. Il 14 settembre mentre Corfù (
dove il giorno 13 erano sbarcati, provenienti dall'Albania, il I btg.
del 49° reggimento fanteria Parma, al comando del col. Bettini, ed altri
reparti per un totale di 3.500 uomini che si affiancheranno nei
combattimenti agli uomini della Acqui ) era sottoposta a continui
bombardamenti tedeschi che, rinunciando per il momento ad un nuovo
tentativo di sbarco sull’isola, stavano concentrando tutti gli sforzi su
Cefalonia, il gen. Gandin, alle ore 12,00, inviò al ten. col. Barge una
“notifica” in cui dichiarava in sostanza che la divisione Acqui
si era ammutinata (*): “ La divisione si rifiuta di eseguire il mio
ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante
tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata
sull’isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non
in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli.
Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla
Divisione. La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando
non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità -
come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta
- che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al
momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La
divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non
impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la
divisione preferirà combattere piuttosto di subire l’onta della cessione
delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a
trattare con la parte tedesca, finchè rimango al vertice della mia
divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16,00. Nel frattempo le
truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente
avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono
derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui
gen. Gandin ”. Nonostante l’affondamento dei 2 pontoni da sbarco
tedeschi, le trattative non si interruppero ma proseguirono fino alle
10,00 del 15 settembre. Alle 22,00 del 14 il tenente Thun aveva
comunicato al comandante del XXII corpo d’armata a Ioannina, gen. Lanz:
“ Trattative ancora in corso. Il Comandante (Barge, nda) è ancora
presso il gen. Gandin. Attacco preparato in collegamento con l’ufficiale
responsabile degli Stukas ”. Alle 5,30 del 15 il ten.col. Barge
aveva comunicato al gen. Lanz : ” Il gen. Gandin si e' dichiarato
pronto a cedere solo le armi pesanti fisse. Egli vuole passarci
l'artiglieria mobile e la contraerea solo al momento dell'imbarco. I
nostri preparativi per l'attacco sono ultimati. Il momento piu'
favorevole per l'inizio dell'attacco e' alle ore 14,00...". Secondo
la testimonianza del cap. Angelo Longoni: “ Verso le 10 del 15
settembre nella solita casetta in prossimità del porto può aver luogo il
convegno decisivo. Gli animi sono eccitatissimi. Il gen. Lanz accettava
le condizioni del comando italiano ma a sua volta chiedeva come garanzia
la consegna di 11 ostaggi, tra cui un generale e alcuni ufficiali
superiori. Gli italiani replicavano che se i tedeschi insistevano nella
richiesta noi pretendevamo analoga garanzia. Le trattative, già
compromesse dall'ammaraggio di grossi apparecchi da trasporto tedeschi
si arenavano. Il ten. Fauth prendeva tempo, ancora una volta per
l'estremo tentativo e si allontanava. Tutte le richieste italiane
vennero accettate...Gli italiani accettavano di ritirarsi nella zona
delimitata in attesa dell'imbarco. Ai tedeschi sarebbero andati i pezzi
di preda bellica ceduti agli italiani. La firma del gen. Lanz a garanzia
dell'accordo ". Per i tedeschi invece era scoccata l’ora di passare
all’attacco e di procedere con la forza al disarmo della divisione
italiana. Alle 14,00 del 15 settembre la divisione Acqui fu attaccata
con incursioni incessanti di Stukas e sbarchi continui di truppe. Alle
15,20 il gen. Gandin comunicò al comando della VII armata: ” Prego
informare autorità competente che oggi sono stato costretto aprire at
Cefalonia ostilità con tedeschi Alt Generale Gandin ”. Quindi arrivò
l’ordine criminale del Führer di eliminare sistematicamente tutti i
prigionieri, feriti compresi. Il gen. Lanz dichiarò nel corso del
processo di Norimberga del 1947: " Per quanto ricordi, era un ordine
molto breve che diceva che tutti gli italiani della divisione di Gandin
dovevano essere fucilati per ammutinamento ". Il 21 settembre gli
Inglesi lanciarono sull'isola di Corfù la missione "Acheron" e sembra
che tra il 24 e il 25 settembre, a sbarco tedesco ormai avvenuto, si
fossero decisi a fornire il loro appoggio aereo. Dopo sanguinosi
combattimenti il 22 settembre ci fu la richiesta di resa del gen. Gandin.
Dal 17 al 22 gli “alpini” della Wehrmacht trucidarono nel corso dei
combattimenti alcune migliaia di prigionieri , sia ufficiali che
graduatati e soldati. Alle 7 del 24 settembre il gen. Gandin fu fucilato
da un plotone comandato dal sottotenente del III battaglione del 98°
reggimento “ Cacciatori delle alpi “, Otmar Mühlhauser.
Ricordava don Formato: " - Conosco bene i tedeschi! - aveva detto (Gandin,
nda) qualche giorno prima, durante il combattimento, ad alcuni suoi
ufficiali - se perderemo questa lotta, ci fucileranno tutti! ". Fu
poi la volta di altri 129 ufficiali, fucilati alla "Casetta Rossa". Il
24 settembre il Comando supremo tedesco dichiarò: " La divisione
italiana ribelle sull’isola di Cefalonia è stata distrutta ". Il 25
settembre furono fucilati altri 7 ufficiali, prelevati dal 37°ospedale
da campo dove erano ricoverati e/o rifugiati, per rappresaglia per la
fuga di due ufficiali dal medesimo ospedale. Il peggiore eccidio di
soldati fatti prigionieri che il secondo conflitto mondiale ricordi.
Corfù venne attaccata in forze dal 23 al 26 settembre ed anch’essa, dopo
aspri combattimenti, fu costretta alla resa. Il 27 settembre vennero
fucilati i colonnelli Lusignani e Bettini con altri 27 ufficiali. Alcune
centinaia di soldati e graduati vennero uccisi durante i combattimenti e
non tutti dopo essere stati fatti prigionieri, come a Cefalonia.
( * ) A qualsiasi
ufficiale tedesco non era mai capitato in quattro anni di guerra di
leggere una lettera con un inizio del genere: "La divisione si
rifiuta di ubbidire al mio ordine...". I quattro autori che in
questi 60 anni hanno pubblicato la vera lettera di Gandin (Ghilardini,
Apollonio, Giraudi e Caruso) hanno lasciato capire che quel documento
avrebbe potuto essere una delle spiegazioni della strage.
Soprattutto i superstiti non
hanno avuto il coraggio di commentare la lettera. Perosa ammetteva che i
tedeschi li chiamavano "franchi tiratori", ma non si chiedeva perché:
"Se Badoglio avesse subito dichiarato guerra alla Germania, i tedeschi
non avrebbero potuto comportarsi con l'efferatezza che abbiamo
conosciuto, dietro l'alibi di considerarci, non so se a torto o a
ragione, "Freischàrlers" "franchi tiratori", come ci dicevano dopo la
battaglia". Brignoli scriveva: "Erano bolzanini, parlavano
italiano meglio di noi. Ci chiamavano banditi...". L'allora ten.
Nicola Ruscigno raccontava che "gli alpini al
nostro passaggio per le strade di Argostoli ci investono con frasi ingiuriose".
Perché mai questi tedeschi che conoscevano il significato delle parole
italiane usarono l'espressione banditi e non traditori? Se
le parole hanno un senso, se i tedeschi si rivolgevano verso i
superstiti chiamandoli
"franchi tiratori",
cioè ribelli senza divisa, questa scelta di vocaboli poteva
venire solo
dal fatto che i comandanti avevano riferito loro dell'ammutinamento
della divisione. Comprendiamo le reazioni stupefatte di Perosa,
Brignoli,
Ruscigno e Pampaloni. Quest'ultimo, quando gli abbiamo mostrato
la lettera, ci dichiarava:"Ma
siamo sicuri che la traduzione sia esatta?Che
Gandin non abbia usato un condizionale invece del presente?".
No, la
responsabilità del massacro dei prigionieri di guerra non è di Badoglio
o del
traduttore tedesco, purtroppo ricade indirettamente sul nostro generale
Gandin. Se Hitler non avesse letto quelle espressioni, Cefalonia sarebbe
rimasta
l'isola del miele, di fronte alla patria di Ulisse e De Bernières non
vi avrebbe ambientato il suo romanzo.
Che lo stesso
Gandin sia rimasto vittima della sua stessa lettera vuol dire
solo che il generale sbagliò i suoi calcoli: sperava di salvarsi
denunciando
la ribellione, perché lui era per la resa e la cessione delle armi non
era potuta avvenire per il rifiuto della divisione. Il massacro è la
dimostrazione che la lettera era arrivata fino in alto, troppo in alto
per rimanere ignorata;
perché nessun ufficiale tedesco aveva mai sentito che un generale nemico
desse del ribelle alla propria divisione. La risposta del Fuhrer fu
folle e impietosa: nessun prigioniero, quindi compreso il comandante.
Anzi,
il primo che doveva pagare doveva essere proprio lui, perché portava la
croce
di ferro tedesca e aveva tradito, mettendosi alla guida dei suoi franchi
tiratori contro la Germania.
I soldati di
Cefalonia non vennero massacrati perché si erano opposti
con le armi ai
tedeschi ma perché si erano ribellati agli ufficiali italiani. Atteggiandosi
a giudice italiano, Hitler giudicò quei soldati passibili di immediata
fucilazione. Il primo generale della Seconda Guerra Mondiale a
riferire al
nemico che la sua divisione si era ribellata ai suoi ordini fu Gandin.
Hitler ne prese atto e ne trasse le sue orrende conseguenze.
Se in tutta la Seconda Guerra Mondiale solo i soldati di
Cefalonia vennero passati per le armi, l'unica spiegazione che riusciamo
a trovare sta in
quella lettera e in quelle
informazioni di Gandin.
(Paolo
Paoletti, I traditi di Cefalonia, Fratelli Frilli 2003)